La fine della carriera sportiva. Un momento difficile per molti atleti

“Sono estremamente grato di non essermi tolto la vita”.

Michael Phelps

C’è un detto che dice che le star dello sport muoiono due volte, la prima al momento del ritiro. Per un un professionista che ha dedicato la vita allo sport, cosa succede quando il tuo tempo sul campo finisce? Se non sei più un atleta, allora chi sei?

Per molti il ritiro è un concetto a cui vogliono pensare il più tardi possibile. Tuttavia, sia che abbiano raggiunto la gloria olimpica sia che non siano riusciti a raggiungere l’apice a cui aspiravano, le carriere di tutti gli sportivi sono prima o poi destinate a finire, per motivi che possono essere legati a età, infortuni o stanchezza.

Gli atleti professionisti si allenano duramente per anni, facendo grandi sacrifici per inseguire i loro sogni di gloria. Questi sacrifici possono includere ingenti spese finanziarie, allontanarsi dalla famiglia, togliere del tempo agli studi e sacrificare le relazioni amorose. Ma cosa succede a questi atleti quando che finiscono i giorni di allenamento rigoroso, i viaggi verso le destinazioni di gara e sparisce l’adrenalina della sfida?

Alcuni in realtà vedono come un sollievo il momento del ritiro dalle competizioni. A volte, questo dipende dal fatto che la carriera nello sport non era in cima ai loro desideri e ci sono arrivati spinti da pressioni esterne (ad esempio, quelle dei genitori) o perché dotati di un eccezionale talento che ne ha reso quasi inevitabile il successo, ma che sono molto più felici ora che la pressione della competizione non rappresenta più un peso da sopportare. Altre volte, sono semplicemente stanchi di tutta la fatica fisica e mentale necessaria per competere ai massimi livelli e hanno voglia di cimentarsi in nuove avventure.

Ma non tutti gli atleti vanno in pensione con tanta leggerezza. La maggior parte degli ex-sportivi, soprattutto quelli di maggiore successo, fanno infatti fatica nell’adattarsi ad una vita “normale”, una vita in cui non sono più sotto i riflettori e, ai loro occhi, diventano membri dimenticati della società. La fine della carriera induce cambiamenti radicali nella vita personale, sociale e professionale degli atleti, e può influenzare gli individui a livello cognitivo, emotivo e comportamentale.

Uno studio pubblicato sull’Australian Journal of Psychology ha affermato che il ritiro dallo sport rappresenta un momento difficile per la cessazione delle intense richieste di prestazioni atletiche d’élite, aggravata dall’improvvisa perdita della dedizione alla competizione professionistica e alle relative ricompense.

Lo spettro della depressione

“Niente potrebbe soddisfarmi al di fuori del ring. Non c’è niente nella vita che possa paragonare a diventare un campione del mondo, avere la mano alzata in quel momento di gloria, con migliaia, milioni di persone che ti applaudono.”

Ray Sugar Leonard

I cambiamenti indotti dal ritiro dallo sport possono causare reazioni emotive dolorose, persino condurre alla depressione. Gli ex-atleti sperimentano un senso di vuoto nelle loro vite la posta principale in gioco di questa transizione è quindi quella di ricostruire e adattarsi a un nuovo stile di vita.

Il campioni del nuoto Ian Thorpe e Michael Phelps, la mezzofondista britannica Kelly Holmes, il pugile Ray Sugar Leonard e i calciatori Adriano e Paul Gascoigne sono solo alcuni degli atleti di alto profilo che hanno reso pubblica la loro depressione dopo il ritiro dallo sport professionistico.

Per alcuni la depressione diventa molto grave e ci sono stati diversi casi di atleti che si sono suicidati dopo il ritiro. Ma quali sono i motivi che portano gli sportivi a cadere in depressione una volta che lasciano alle spalle i giorni di gloria?

Perdita di identità

Secondo la teoria dei livelli logici di Robert Dilts, l’identità di un individuo fa riferimento al modo in cui si percepisce sé stessi. Ciascuno di noi ha diverse identità, a seconda del ruolo che viene interpretato in una determinata circostanza: figlio, genitore, capo, studente, amico, atleta. Tuttavia, è possibile che un’identità in particolare diventi dominante e finisca per sovrastare tutte le altre.

L’abbandono o l’atrofizzazione dei ruoli “secondari” come conseguenza dell’ascesa di un ruolo “principale” (come quello di atleta di élite) può quindi esporre l’individuo a successivi problemi di identità quando tale ruolo viene improvvisamente a mancare.

Gli individui caratterizzati da un’elevata identità sportiva al momento del ritiro hanno più probabilità di sperimentare un profondo sentimento di vuoto e maggiori difficoltà di adattamento emotivo, legato al senso di perdita rispetto a una parte fondamentale delle loro vite.

Sindrome della visione a tunnel

La sindrome della visione a tunnel colpisce molti sportivi di alto livello. Questi atleti passano tutto il tempo delle loro giornate a pensare solo all’allenamento, alla competizione e ai risultati. Di conseguenza, non sono preparati alla prospettiva equilibrata richiesta dalle giornate del “mondo reale” e finiscono per sentirsi smarriti.

Il bicampione olimpico britannico di canottaggio James Cracknell ha dichiarato: “Penso che le persone soffrano di depressione dopo il ritiro dallo sport perché non sanno più cosa fare del loro tempo”. Non appena arriva il momento dell’abbandono dalle competizioni, il vuoto che prima veniva riempito dalle routine di allenamenti e partite diventa troppo grande per essere colmato.

Potenziali fattori biologici

Oltre ai fattori psicologici, esistono anche cause di tipo biologico che influiscono sull’equilibrio fisico degli ex-sportivi. Gli atleti professionisti hanno avuto dosi regolari di serotonina e adrenalina in circolo nei loro corpi per molti anni, per cui quando questi livelli vengono improvvisamente diminuiti o addirittura ridotti a zero la chimica del loro corpo registra un enorme sconvolgimento. Questo può portare a problemi nella qualità del sonno, nei livelli di pressione e nella risposta fisiologica alle situazioni di stress.

Cosa si può fare?

Ci sono diversi modi in cui gli atleti possono contribuire a ridurre le possibilità di depressione dopo il ritiro dallo sport, tra cui:

  • ridurre l’identificazione esclusiva con il proprio io sportivo e prendere consapevolezza degli altri ruoli che vengono ricoperti nel corso delle giornate;
  • scoprire interessi e competenze in attività extra-sportive;
  • acquisire capacità di gestione dello stress e di gestione del tempo;
  • consultare uno psicologo dello sport per esplorare altre strade e tecniche di adattamento.

Gli atleti professionisti spesso sono percepiti dal pubblico come più in forma, più sani e più felici degli altri. Questo stereotipo può rendere per loro più difficile rivolgersi a qualcuno per chiedere aiuto. Per questo è molto importante che i familiari, gli amici, i compagni di squadra e gli allenatori comprendano che la questo tipo di problema esiste e che l’ex-sportivo potrebbe non ammettere mai di soffrire di depressione per paura della vergogna e dell’imbarazzo.

Il messaggio più importante è che, nonostante gli incredibili successi ottenuti nelle loro carriere, per gli ex-atleti il processo di ritiro dallo sport può essere molto difficile ed è proprio in questo periodo che il sostegno e la comunicazione sono di vitale importanza per la loro salute, fisica e mentale.

2 commenti
  1. Manlio Scorsetti
    Manlio Scorsetti dice:

    Vorrei portare ad esempio della questione il caso della sciatrice Beatrice Scalvedi, che ha scontato pesantemente questo scenario e oggi – da studentessa di psicologia – lavora per dare soluzioni. Mi ha colpito in particolare una sua frase: “Agli atleti si impone di mostrarsi sempre forti. Ma non sono macchine: anche loro sono persone normali, con i loro problemi. E anche loro hanno il diritto a essere deboli.”

    Lascio un articolo molto interessante in cui parla delle sue vicissitudini, purtroppo solo in tedesco, ma oggi con Google Translate si fanno miracoli: https://inclousiv.ch/wp/wp-content/uploads/2022/10/kontext_7_beatrice_scalvedi.pdf

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    • Tredicesimo Round
      Tredicesimo Round dice:

      Grazie Manlio per il tuo contributo. Ho letto l’articolo, davvero molto interessante la testimonianza di Beatrice.

      Rispondi

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