Divertirsi o vincere? I pericoli dell’agonismo nello sport giovanile (prima parte)

Non mi sembra di rinunciare alla mia infanzia. Il golf è la mia infanzia

Allan Kournikova

C’è una forte tendenza nella nostra società a vedere la partecipazione dei giovani allo sport soltanto nei suoi aspetti più positivi. I bambini sono incoraggiati a partecipare ai programmi sportivi perché si ritiene (correttamente) che essi promuovano valori fondamentali come il carattere, il lavoro di squadra, la determinazione e l’impegno.

Oltre a questo, i benefici oggettivi dell’attività fisica in età scolare sono numerosi e si estendono a molteplici ambiti, tra cui il rafforzamento delle difese immunitarie, lo sviluppo fisico, l’abbassamento del grado di rischio per le malattie cardio-vascolari, la riduzione dell’obesità giovanile.

Sono state inoltre dimostrate correlazioni positive tra la pratica sportiva giovanile e la riduzione di fattori di rischio (anche molto gravi) nell’età adulta, come rapporti sessuali non protetti, gravidanze indesiderate, depressioni, suicidi, fumo, uso di droghe e perfino diverse tipologie di tumori.

Insomma, i giovani che praticano sport hanno più probabilità di crescere sani, psicologicamente sereni e soddisfatti del loro percorso di vita, sia personale che professionale.

Ma quest’ampia panoramica degli effetti positivi dello sport può essere fuorviante se ci impedisce di vedere che esistono pericoli e problemi da non sottovalutare, in particolare legati a una crescente esasperazione dell’agonismo anche tra i più piccoli.

L’ossessione per la vittoria può infatti diventare fonte di un pesante stress psicologico per i giovani atleti, in grado di determinare, oltre all’abbandono precoce della pratica sportiva, anche effetti diametralmente opposti rispetto a quelli sopra descritti.

The Short Game

Lo spunto per questo articolo mi è venuto qualche settimana fa, quando ho visto su Netflix The Short Game, un film/documentario del 2013 che racconta la storia di alcuni bambini tra i 7 e gli 8 anni filmati durante la loro partecipazione ai campionati mondiali di golf giovanile sul percorso di Pinehurst, in North Carolina.

Il film è ben realizzato, ma mi ha lasciato addosso una sensazione poco piacevole. Vedere questi bambini, che in un mondo normale sarebbero dei semplici studenti di prima o seconda elementare impegnati nei primi approcci con lo sport, comportarsi come professionisti del green e dimostrarsi completamente a loro agio di fronte a una telecamera, mi ha infatti davvero intristito.

Non perche questi giovanissimi golfisti non sappiano giocare. Anzi, il problema è proprio il contrario. Alexa Pano, una bambina di 7 anni della Florida, è la campionessa del mondo della sua categoria e ha uno swing da far invidia a molti semi-professionisti. Amari Avery, una bambina californiana di 8 anni, ha molto in comune con Tiger Woods: nati lo stesso giorno, nella stessa contea, entrambi fenomenali con una mazza da golf in mano.

Allan Kournikova, fratello della famosa (anche se non sempre per meriti sportivi) ex-tennista Anna, ha un personal trainer, un allenatore di swing e un caddie, tutti pagati dalla famiglia. Anche lui ha soltanto 7 anni, ma ha già all’attivo oltre cento tornei vinti. E così via, per una carrellata di piccoli campioncini in erba (di cui uno, il filippino Jed Dy,  affetto da autismo) già abituati alle luci dei riflettori e impegnati al 100% a crearsi un futuro nel mondo del golf professionistico.

Il problema non è che questi bambini giochino a golf. Lo è però l’immanente presenza dei rispettivi genitori, spesso nemmeno troppo distanti visto che nella maggior parte dei casi fanno anche funzioni di caddie (chi porta le mazze e dà consigli durante il gioco). Questi genitori hanno grande fiducia nel talento dei loro figli e non mancano di farglielo sapere. Spesso non sono nemmeno particolarmente benestanti (quantomeno per gli standard del golf), ma investono tempo e denaro nella carriera dei figlio con la speranza che i loro guadagni futuri possano ripagarli con gli interessi.

L’obiettivo di tutti i nostri sforzi è che lei diventi la migliore golfista del mondo” – afferma il padre di Amari, Andre Avery – “È quello che le ripeto da quando aveva 3 anni e sono convinto che ce la faremo. Ai miei occhi, non c’è nessun piano B”. Una discreta pressione da sopportare per una bambina che a quell’età dovrebbe soltanto pensare a giocare con le bambole e andare al parco con le amichette della scuola.

Anche Amari appare estremamente convinta dei propri mezzi, così come tutti gli altri giovani protagonisti del documentario. Ma quando Allan dice: “Non mi sembra di rinunciare alla mia infanzia. Il golf è la mia infanzia”, viene da domandarsi se penserà la stessa cosa tra 5, 10 o 20 anni.

L’abbandono

Raggiunti i 18 anni di età, meno di 1 adolescente su 3 in Italia pratica qualche tipo di attività sportiva e i tassi di sedentarietà sono in continuo aumento. La situazione non è molto diversa nemmeno all’estero, con l’esclusione di qualche paese particolarmente virtuoso.

Il problema è legato al cosiddetto “abbandono precoce”, che comincia attorno ai 10-11 anni per aumentare progressivamente nel corso dell’adolescenza. Questi dati sono in costante peggioramento e il momento in cui i bambini smettono di dedicarsi allo sport arriva sempre prima.

Perché? Non possiamo dare la colpa di tutto alla tv, ai social o ai videogiochi, occorre fermarsi a riflettere su alcuni meccanismi malati che riguardano lo sport a livello giovanile. Secondo un sondaggio di un’università americana, condotto su 5.800 bambini che avevano smesso di praticare attivamente uno sport, i tre motivi principali per cui hanno deciso di abbandonare gli allenamenti sono stati i seguenti:

  • Non mi stavo divertendo
  • L’allenatore non mi piaceva
  • Avevo troppa pressione da parte dei miei genitori

Agli stessi bambini è stato chiesto quali cambiamenti potrebbero farli tornare a dedicarsi allo sport. Queste le risposte più frequenti:

  • Se gli allenamenti fossero più divertenti
  • Se potessi giocare di più
  • Se l’allenatore/genitore mi capisse meglio

Ciò che questi risultati suggeriscono è che il modo in cui i programmi sportivi giovanili sono organizzati e gestiti non soddisfa le esigenze dei bambini.

Divertirsi o vincere?

Tutte le indagini sulla soddisfazione dei giovani atleti dimostrano che “divertirsi” è il motivo principale per cui la maggior parte dei bambini ama praticare lo sport. Per loro gli obiettivi della partecipazione sono di essere attivi e avere un’esperienza fisica positiva attraverso l’apprendimento e la pratica di abilità fondamentali.

Tuttavia, la percezione dei genitori del perché i loro figli amano fare sport è quella di “vincere”, nonostante pochissimi dei bambini di cui sopra abbiano citato la scarsità di vittorie come motivo che li ha spinti ad abbandonare. Questo scollamento di vedute tra giovani e adulti è un problema serio, che anziché migliorare sembra stia prendendo una deriva sempre più preoccupante contribuendo a creare un’atmosfera negativa su tutto il movimento.

Ci sono genitori che mandano i bambini ad allenarsi in accademie o campi intensivi già in giovanissima età, spingendoli ad attraversare i confini di stati e regioni per disputare tornei di livello più alto. Siamo testimoni ogni giorno di storie di padri e madri che urlano agli arbitri, agli allenatori e ai bambini avversari. Leggiamo su internet e sui giornali di giovanissimi prodigi che sarebbero destinati a rivoluzionare il futuro dello sport, creando aspettative mediatiche che nessun bambino potrebbe mai sperare di soddisfare. In pratica stiamo costruendo, anche tra i più giovani, una cultura sportiva che glorifica la vittoria e i risultati sopra qualsiasi altra cosa.

Eppure, perdere fa parte del gioco. Ne è parte integrante e fondamentale, e saper accettare le conseguenze delle sconfitte rappresenta un punto fondamentale nella crescita degli atleti (e delle persone). Se invece il sistema contribuisce a far passare il messaggio che perdere significhi fallire, vedremo crescere giovani estremamente competitivi ma altrettanto impauriti e stressati al pensiero di non riuscire a soddisfare le aspettative riposte in loro dalle persone che li circondano.

Questo è un problema serio, che ci porta a domande cruciali. Cosa sta andando storto? E come possiamo rimediare?

Volendo astenermi da ragionamenti più trasversali che coinvolgerebbero il “sistema sport” dal punto di vista economico (mancanza di fondi per le società del territorio) strutturale (mancanza di palestre, campi e piscine) e scolastico (mancanza del tempo dedicato all’attività fisica, soprattutto nel nostro paese), nella seconda parte di quest’articolo cercherò di analizzare tre punti che ritengo possano portare a importanti riflessioni di tipo individuale:

  • specializzazione precoce
  • allenatori
  • genitori

Perché se vogliamo davvero migliorare il futuro dei nostri figli, l’esame di coscienza deve partire proprio da noi.

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