Il dolore è inevitabile, ma la sofferenza è facoltativa

Anonimo

In un articolo di qualche settimana fa abbiamo parlato della differenza tra fatica e dolore. La prima è qualcosa che è intrinseca nel concetto di sport: senza sudore non ci sono risultati (No pain, no gain dicono gli americani) e per raggiungere il successo bisogna obbligatoriamente saper superare gli acciacchi e la stanchezza. Il dolore è invece una sensazione a cui bisogna prestare particolare attenzione, perché è un segnale del nostro corpo che qualcosa non funziona come dovrebbe.

In presenza del dolore, la ragione consiglierebbe di fermarsi e valutare l’entità del possibile danno, per evitare di andare incontro a problemi più gravi. Gli atleti però sono fisiologicamente più preparati a resistervi e spesso scelgono di ignorarlo per non interrompere la prestazione. Ma non tutti ci riescono allo stesso modo… perché?

Dolore fisico e dolore mentale

Ancora oggi, soprattutto nello sport, si è soliti distinguere tra due componenti del dolore: quella fisica e quella mentale

Se ti strappi un muscolo, ti rompi un legamento del ginocchio o ti sloghi una caviglia, ovviamente fa male e questo vale per tutti. Ma gli studi scientifici non sono mai riusciti a dimostrare una chiara relazione tra i danni osservabili negli esami diagnostici (risonanza magnetica, TAC, radiografie) e il dolore dei pazienti, perché il danno mostrato dalle indagini di persone con lo stesso infortunio non corrisponde necessariamente al grado di dolore provato dai diversi soggetti.

Ciò non significa che l’identificazione della struttura infortunata non sia importante o che non sia coinvolta in modo determinante nella percezione del dolore, ma che guardare ai soli danni strutturali non è sufficiente per comprendere la portata delle conseguenze. Il dolore non è solo una sensazione, ma è il risultato dell’interazione tra gli input sensoriali e i processi cerebrali, come le emozioni e il pensiero cosciente.

Se si ascolta il linguaggio che le persone usano per descrivere il proprio dolore, diventa presto evidente come sia difficile rilevare parametri di oggettività. C’è chi prende una storta alla caviglia ma si lamenta come se gli avessero amputato un piede, oppure chi sanguina copiosamente da un taglio profondo eppure minimizza come se si trattasse di un semplice graffio.

Questo perché al dolore non esiste soltanto una risposta fisiologica, ma anche una serie di pensieri ed emozioni che sono legate alla soggettività del paziente. Una teoria, proposta per la prima volta nel 1965 ma che ha sostanzialmente superato la prova del tempo ed è stata sostenuta da oltre 50 anni di ricerca scientifica, suggerisce che il cervello e il midollo spinale possono aumentare o inibire la trasmissione dei segnali del dolore

Come possono due atleti con lo stesso infortunio provare un dolore diverso?

Gli studi hanno confermato che le persone rispondono in modo diverso a livelli simili di stimolazione dolorosa. Le differenze esistono non solo a livello di sensibilità fisica, ma anche nella percezione del dolore e nel modo in cui lo viene manifestato esternamente. Nello sport, la particolare resistenza fisica degli atleti permette loro di avere una migliore capacità di ignorare le sensazioni dolorose rispetto alle persone “normali”, ma molto dipende da processi e attitudini individuali.

Secondo una ricerca compiuta qualche anno fa dal Centro Studi Psicosport di Milano, la gestione del dolore negli atleti è influenzata da tre fattori:

  • come lo si valuta (insopportabile/sopportabile)
  • a che origine lo si attribuisce (lesione/acciacco)
  • quanto influenza la prestazione (invalidante/trascurabile)

È quindi la valutazione soggettiva del dolore, più che il dolore in sé, a influenzare la performance sportiva dell’atleta. Ogni volta che sopraggiunge una sensazione dolorosa, l’atleta effettua, più o meno consciamente, una serie di valutazioni per decidere se l’infortunio sia o meno superabile e se sia possibile proseguire nell’attività. Dai risultati di quell’analisi, trae le informazioni necessarie per prendere le necessarie decisioni.

La diversa sensibilità individuale si spiega in parte con una componente genetica, ma gli studi che coinvolgono i gemelli hanno dimostrato che anche l’ambiente e i comportamenti appresi sono ugualmente importanti. Perfino per lo stesso atleta, la sensibilità al dolore cambia al variare delle circostanze e, per esempio, può diventare significativamente minore durante la gara rispetto all’allenamento.

Vale la pena di notare che gruppi diversi nella società possono avere risposte al dolore significativamente differenti e questo vale anche nello sport. Supponendo che il danno sia equivalente, pensate a come reagirebbero a uno stesso trauma un pugile che si trova nel bel mezzo di un combattimento per il titolo e un calciatore che viene colpito in area di rigore.

Altri studi hanno dimostrato che gli atleti che praticano sport a contatto tollerano il dolore acuto più a lungo rispetto agli altri atleti, mentre entrambi i gruppi lo fanno meglio rispetto ai non sportivi. L’unica cosa veramente certa è che il dolore è una sensazione “privata”, quindi non potremo mai capire esattamente ciò che qualcun altro sta sperimentando.

Tutti gli uomini sanno dare consigli e conforto al dolore che non provano

William Shakespeare

 

Qual è la strategia migliore per affrontare il dolore?

Per molti atleti di alto livello, il dolore è una normale esperienza quotidiana e spesso il successo si ottiene superandolo senza farsi fermare. Bisogna essere resilienti, sopportare il disagio e perseverare adattando in modo flessibile i propri obiettivi alla situazione. Ma qual è la strategia migliore per affrontare il dolore e come possono gli atleti distinguere il dolore gestibile da quello potenzialmente dannoso?

Non c’è una risposta semplice. Il rapporto tra dolore e sport è pieno di sfide e il prezzo di un errore può essere anche molto alto. Il dolore richiede attenzione e crea paura, può limitare la capacità di concentrarsi sulle prestazioni, togliere l’opportunità di competere e, nei casi più gravi, anche porre fine alle carriere sportive.

In caso di un infortunio sul lavoro, un normale operaio andrebbe (giustamente) a farsi medicare in infermeria per poi recarsi dal medico e valutare quanti giorni di malattia sono necessari per ritornare alla piena funzionalità. Questo però nello sport non sempre è possibile, perché ogni giorno di stop è un giorno in cui gli avversari possono prendere un vantaggio e ridurre le nostre possibilità di vittoria. Per cui molti scelgono di stringere i denti e andare avanti, pur consapevoli dei potenziali rischi.

Per chiudere questa analisi sul rapporto tra dolore e sport è necessario considerare un ulteriore aspetto: i valori personali. Come chiunque pratichi sport sa bene, prendere decisioni di fronte alla sofferenza significa rispondere ad alcune domande fondamentali:

  • Sono pronto ad affrontarla?
  • Quanto è importante per me resistere?
  • Sono disposto a subirne le conseguenze?

Sottoporsi a un’iniezione di antidolorifici due giorni prima di una finale olimpica, indipendentemente dai rischi ad essa connessi, sembrerebbe una cosa abbastanza ragionevole da fare per la maggior parte degli atleti d’elite, se quello fosse l’unico modo per riuscire a gareggiare. Ma in circostanze simili, nessun runner sano di mente accetterebbe la stessa iniezione pochi giorni prima di una gara amatoriale. O almeno lo spero…

Entrare in un ring di pugilato, correre 100 chilometri nel deserto o gettarsi in una mischia di rugby non è per tutti. Alcune persone possono continuamente e ripetutamente superare il dolore per amore del proprio sport e perché sono preparate a farlo. A volte sono ricompensati con il successo ma a volte, nonostante il loro desiderio di combattere, il loro corpo soccombe alle conseguenze.

Forse, gli sportivi più intelligenti sono quelli che capiscono meglio il rapporto tra dolore e prestazioni: sono pronti a superare il dolore quando serve, ma prendono decisioni sagge e informate per capire quando ne valga veramente la pena.

 

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