Resisto ergo sum. La resilienza nello sport

“Quando sopraggiunge la sventura, il samurai deve rallegrarsene e andare avanti con coraggio. Un’attitudine simile differisce radicalmente dalla rassegnazione. Questo è ciò che afferma il detto: Quando le acque salgono, la barca fa altrettanto”

Yamamoto Tsunetomo

Nel vocabolario italiano il termine resilienza (che viene dal latino resalio, iterativo di salio e traducibile con rimontare o risalire) è associato alla capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi. Nell’Hagakure, il libro che racchiude la saggezza e lo spirito dei samurai giapponesi, le persone resilienti sono invece paragonate a delle barche: è solo quando le acque si fanno agitate che si vede la differenza tra chi è in grado di continuare a navigare e chi invece affonda miseramente.

Nel linguaggio comune, il termine resilienza è diventato esemplificativo di chi resiste, di chi va avanti senza arrendersi grazie a caparbietà e tenacia. Siamo resilienti ogni volta in cui reagiamo ad una situazione avversa, che sia lo stress quotidiano oppure un qualsiasi evento più o meno traumatico. Non si tratta però di semplice testardaggine: la resilienza è qualcosa di più intenso, qualcosa che ci permette di riorganizzare il corpo e lo spirito nei momenti in cui siamo costretti a fronteggiare le più aspre difficoltà.

Nella vita i resilienti sono quelli che sopportano, che sono forti quando tutti gli altri non lo sono. Nello sport questa parola descrive gli atleti che non si fermano davanti ad alcun avversario o ostacolo, perché desiderano così tanto arrivare ad un obiettivo che gli sforzi necessari per raggiungerlo diventano irrilevanti.

Ma come si diventa resilienti? Ci sono tre fattori psicologici che sono riconducibili ad un alto grado di resilienza:

  1. Impegno, ovvero il grado di coinvolgimento nelle attività che è tipico delle persone non passive
  2. Controllo, ossia la convinzione di poter dominare gli eventi invece di esserne in balia
  3. Gusto per la sfida, quando le difficoltà non vengono evitate ma vissute come opportunità di miglioramento

Resilienti si nasce, ma non nel senso di talento che alcuni possiedono e altri no. Tutti noi abbiamo dentro la capacità di reagire alle difficoltà: gli istinti di adattamento e di sopravvivenza fanno parte della nostra eredità genetica. Gli esseri viventi si evolvono nel momento in cui riescono ad adattarsi al mutamento delle circostanze, sviluppando le caratteristiche necessarie a superare gli ostacoli della natura. Le specie che non ci riescono invece si estinguono, schiacciate dalla loro incapacità di cambiare.

Per nostra fortuna, non siamo più al tempo delle caverne, quando sopravvivevano solo i più forti: la vita oggi è molto più semplice e non è necessario essere dei guerrieri per evitare di morire di freddo e di stenti. I nostri istinti ancestrali non sono però spariti: sono stati sepolti in profondità dalle comodità e dagli agi, ma sono ancora raggiungibili e sfruttabili se ne abbiamo bisogno. Sono disponibili se e quando scegliamo di voler raggiungere i risultati troppo faticosi, troppo difficili o troppo impegnativi per la maggior parte delle persone. Nello sport, sono i risultati che differenziano un buon giocatore da un grande giocatore, un grande giocatore da un campione, un campione da una leggenda.

Quello che fa davvero la differenza nelle persone resilienti sono quelli che Alex Zanardi (ex pilota automobilistico diventato atleta paralimpico dopo aver perso le gambe in un terribile incidente) chiama ‘i cinque secondi’. In un’intervista di qualche anno fa, Zanardi raccontò di quello che ancora oggi ritiene essere il vero segreto della sua incredibile forza mentale.

“Molte volte mi è successo di voler mollare, sfinito, pensando di essere molto più stanco degli avversari contro i quali sto gareggiando. Poi mi dico, ‘Ancora cinque secondi. Forza, cosa vuoi che siano’. E così chiudo gli occhi e spingo, sentendo la fatica e anche il dolore. Poi li riapro e tante volte scopro che sono gli avversari ad aver mollato. Ecco, di quei cinque secondi, più ne vivi e più ne cerchi. Non è facile trovarli, ma ce ne sono ovunque, nello sport, nel lavoro, negli affetti. Insomma, nella vita”. 

Quello che lo muove è, per sua stessa ammissione, la curiosità di sapere cosa c’è dopo quei cinque secondi: se davvero non ha più la forza per proseguire nello sforzo, oppure se è soltanto il suo cervello a ingannarlo per guadagnarsi un più facile riposo. Tutti i grandi sportivi hanno dentro quella curiosità. Grazie alla spinta mentale che ne ricavano, sono in grado di continuare a soffrire quando tutti gli altri si sono arresi.

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