Il piacere della autorealizzazione (o soddisfazione di essere causa)

“È buffo. Quei gabbiani che non hanno una meta ideale e che viaggiano solo per viaggiare, non arrivano da nessuna parte e vanno piano. Quelli invece che aspirano alla perfezione, anche senza intraprendere alcun viaggio, arrivano dovunque e in un baleno.”

Dal libro ‘Il gabbiano Jonathan Livingston’

Il Gabbiano Jonathan Livingston, pubblicato nel 1970 dallo scrittore americano Richard Bach, è un libro meraviglioso. Può essere letto da bambini, adolescenti, adulti o anziani, scoprendovi ogni volta un insegnamento differente. Io l’ho già riletto almeno una decina di volte e vi confermo che non mi stanca mai. È il racconto di un gabbiano diverso da tutti quelli che compongono il suo stormo: mentre gli altri considerano il volo un semplice strumento utile a procurarsi il cibo con il quale sopravvivere, Jonathan vola per il puro piacere di farlo, per sperimentare i suoi limiti con tecniche nuove o raggiungendo velocità mai toccate da nessuno dei suoi simili.

Questo gabbiano ‘speciale’ non si accontenta di essere come gli altri, di confondersi nella massa. Ciò che lo spinge a rischiare la vita, spingendosi ogni giorno sempre un po’ più in alto e un po’ più veloce, non è la ricerca dell’approvazione o dell’ammirazione dei suoi simili, bensì il puro piacere di riuscire a superare sé stesso alla ricerca della perfezione nel volo. Di sentirsi, quindi, autorealizzato.

Il piacere dell’autorealizzazione è un piacere superiore a quello della semplice vittoria. Il podista amatoriale che riesce a concludere una maratona o lo scalatore che raggiunge la cima della montagna, sono esempi di traguardi non legati alla vittoria di una gara ma che portano un’enorme soddisfazione in chi li raggiunge. 

Già all’inizio del secolo scorso lo psicologo tedesco Karl Groos aveva dimostrato che i bambini piccoli producono una sensazione di forte felicità quando si rendono conto per la prima volta di poter produrre dalle loro azioni effetti causali sulla realtà circostante. Quando si accorgono che toccando qualcosa con le loro manine riescono a generare un suono o un movimento direttamente collegato al loro tocco e che sono in grado di ripetere la stessa sequenza motoria ottenendo sempre lo stesso risultato, la sensazione che ne ottengono è quella di una straordinaria gioia. Groos ha sintetizzato questo processo con l’espressione ‘soddisfazione di essere causa’, sensazione che negli sportivi si ripropone ogni volta che riconoscono di aver ottenuto il risultato (vittoria, miglioramento di un record personale, completamento di una gara) che desideravano dalle proprie azioni.

Non sempre questo è un processo facile. Nello sport (ma non solo), più il traguardo è importante e maggiori sono gli ostacoli che si incontrano sul percorso. Bisogna essere sostenuti da una forte motivazione interna, altrimenti la tentazione di arrendersi ad ogni gradino della scalata sarà troppo forte da superare.

Molti sportivi credono di essere motivati solo da fattori esterni: un premio in denaro, una coppa o il prestigio che deriva da una vittoria, ma quella non è vera motivazione. Gli sportivi di successo sono spinti principalmente dal semplice desiderio di riuscire dove gli altri falliscono, ricercando sfide sempre più impegnative. Questi individui non si arrendono di fronte alle sconfitte, traendovi anzi ulteriori spunti per tornare ad impegnarsi con ancora maggior determinazione e ricreare, una volta raggiunto il risultato desiderato, quella sensazione di gioia che spinge il gabbiano Jonathan a volare ogni volta sempre più in alto nel cielo.

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