“Come si fa a mangiare un elefante intero? Lo si mangia un pezzetto alla volta.

Antico proverbio africano

Il concetto di resilienza ha due componenti strettamente connesse tra di loro: una coinvolge la capacità di superare la fatica e i disagi fisici, l’altra la capacità di resistere allo stress psicologico e di sopportare contrattempi e fallimenti. Alla base di entrambe ci sono positività, energia, autodisciplina, tenacia, flessibilità e anche creatività, perché saper reagire alle situazioni impreviste può richiedere di dover affrontare gli eventi scegliendo una prospettiva differente rispetto a quella più immediata. La radice però è unica: l’attivazione della capacità di ‘tenere duro’ viene sempre e soltanto dalla nostra mente.

Se la fatica fosse solo un problema di carburante nei muscoli, come spiegare le persone che in vista del traguardo riescono a fare un ultimo sprint anche se fino a pochi metri prima erano sfinite? Oppure perché, sempre per rimanere all’esempio della corsa, ci sentiamo molto più stanchi quando veniamo superati rispetto a quando siamo noi a superare qualcuno? Questo accade perchè le persone resilienti possono contare su una risposta corporea adeguata a sostenere la loro motivazione. La chiave sta nel capire come attivare queste extra-capacità. 

Pensiamo anche a come alcuni atleti riescano a sopportare condizioni ambientali terribili anche per lunghi periodi, come accade nelle gare di ultratrail in cui viene richiesto di correre per giorni e centinaia di chilometri sulla cima delle montagne o nei deserti più assolati. Oppure alla capacità di alcune persone di spostare la soglia di percezione del dolore. A prescindere dalla valutazione sulla saggezza o meno di continuare a giocare con il rischio di aggravare un problema fisico, è indubbio che ci siano persone che più di altre sono in grado di andare oltre le sensazioni trasmesse dal loro sistema nervoso grazie alla forza di volontà.

Quando il compianto Kobe Bryant si ruppe il tendine d’Achille nel corso di una gara nel 2013, capì subito che si trattava di un infortunio serio. Eppure non si fermò a rotolarsi a terra per il dolore o non si fece trasportare fuori a braccia dai compagni. Si rialzò zoppicando e andò in lunetta per tirare i liberi che spettavano alla sua squadra per il fallo da lui subito. Li segnò entrambi, poi andò negli spogliatoi camminando sulle sue gambe, perché non voleva dare a nessuno l’impressione di essere stato sconfitto dall’infortunio.  

La resilienza è la sintesi di quanto la nostra volontà riesce a sostenere lo sforzo quando corpo e mente chi chiedono di mollare. Se vogliamo sintetizzare tutto in una formula, possiamo dire che RESILIENZA = MOTIVAZIONE + VOLONTÀ. Per essere resilienti occorre quindi avere una motivazione chiara e una volontà abbastanza forte per sostenerla.

Ma c’è anche un’altra formula altrettanto valida, perché RESILIENZA = PAZIENZA + AZIONE. Per superare una sfida lunga e difficile non bisogna aver fretta di arrivare al traguardo, occorre una pazienza che non sia passiva ma supportata dalla decisione di agire, accompagnata dalla consapevolezza che ogni passo in avanti ci sta portando sempre più vicini allo striscione finale. Se doveste correre una maratona e dopo due chilometri pensaste: “Me ne mancano ancora quaranta”, molto probabilmente vi fermereste subito. La cosa migliore che potete fare è cambiare l’orizzonte di riferimento: pensare ai prossimi cinque chilometri, poi ai cinque successivi e così via, ridefinendo continuamente gli obiettivi di breve termine per dare alla mente un traguardo abbastanza vicino verso il quale dirigere i propri sforzi.

Solo così, un pezzetto alla volta, è possibile mangiare un elefante intero.

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