Quando entri nella zona tutto rallenta, si ha una fiducia suprema. Non pensi a ciò che ti circonda. Tutto diventa invisibile e c’è solo concentrazione.

Kobe Bryant

Ci sono grandi prestazioni degli atleti di élite che sono entrate a far parte della storia dello sport mondiale: gli 81 punti di Kobe Bryant contro i Toronto Raptors nel 2006, i tre home run consecutivi di Reggie Jackson nelle World Series del 1977, la rimonta di Tiger Woods allo US Open del 2008. Incredibili prestazioni come queste non sono prevedibili, e molte volte gli atleti protagonisti ne sono stati sorpresi tanto quanto chi le ha viste accadere. Ma una cosa che accomuna tutti quelli che, anche a livelli più bassi, realizzano prestazioni al di fuori dell’ordinario sono le sensazioni di assoluta concentrazione, energia e gioia che le hanno accompagnate.

L’espressione italiana “trance agonistica” identifica un particolare stato emotivo nel quale un atleta si sente in uno stato di concentrazione assoluta nel quale tutto sembra fluire senza sforzo. Gli americani definiscono questo stato l’essere in the zone (nella zona) oppure in the flow (nel flusso), ma il significato è più o meno lo stesso. È quel regno in cui tutto è possibile e in cui i limiti sembrano cadere. 

La zona/flusso è uno stato di suprema concentrazione che aiuta gli atleti a raggiungere il loro massimo potenziale. È quando la mente si connette pienamente con il raggiungimento di un obiettivo e l’attenzione viene assorbita dal momento presente. Quando sei nella zona, il cervello elabora solo i pensieri e le immagini che ti aiutano a svolgere il tuo compito con successo, escludendo tutti gli altri. È uno stato mentale in cui la concentrazione e l’attenzione estrema portano a una sorta di visione a tunnel in grado di aumentare prestazioni e percezioni. 

La trance agonistica è un’espressione che fa riferimento a eccezionali performance compiute dagli atleti, ma in realtà si tratta di uno stato che non afferisce soltanto al mondo sportivo. Alcuni entrano nella zona mentre dipingono o suonano uno strumento, così completamente concentrati sulla loro arte che si dimenticano di mangiare. Altri mentre studiano in biblioteca o lavorano a un progetto, all’improvviso guardano fuori dalla finestra e realizzano che sono passate ore senza che se ne accorgessero. Quelli tendono a essere i nostri giorni più produttivi: siamo così concentrati su qualsiasi cosa stiamo facendo che ci sentiamo immersi in uno spazio tutto nostro, lontani dal mondo reale che ci circonda.

Gli atleti parlano spesso delle loro prestazioni nella zona e di come ci si senta. In molti hanno tentato di descrivere la sensazione che provano in quei momenti. La grande tennista Billie Jean King ha detto “E’ una combinazione perfetta di azioni che si svolgono in un’atmosfera di totale tranquillità”. Bill Russell, leggendario cestista dei Boston Celtics, ha definito la zona un “sentimento mistico che a volte eleva l’azione sul campo al livello della magia”. 

Cosa si prova?

Il primo che ha tentato di studiare questo stato è stato lo psicologo ungherese Mihaly Csikszentmihaly, che ha introdotto il concetto di flusso ottimale di esperienza. Nel 1972 ha pubblicato un libro intitolato Flow: The Psychology of Optimal Experience in cui analizza e descrive i molti benefici che l’esperienza del flusso può avere sull’esperienza umana. Csikszentmihaly ne descrive cinque:

  • Si perde la consapevolezza del tempo: gli atleti che sperimentano il flusso spesso dicono di aver visto l’azione come se fosse rallentata o come se fossero in grado di pensare e muoversi più velocemente del solito
  • La percezione del mondo esterno perde di definizione: il pubblico scompare sullo sfondo, i rumori si affievoliscono, tutto ciò che non è direttamente coinvolto nell’azione finisce accantonato ai margini dell’orizzonte sensoriale
  • Si è concentrati solo sul momento presente: non esiste il prima e il dopo, solo il qui e ora
  • Tutto sembra più facile, fluido e senza sforzo: anche le azioni più difficili e complesse vengono realizzate con facilità, come se fossero istintive e non necessitassero di un pensiero cosciente
  • Ci si sente pervasi dalla felicità: non solo gli atleti sono più performanti quando sono in trance agonistica, ma sono anche più felici

In sostanza, la trance agonistica è uno stato entusiasmante. Quando ci siamo dentro di solito siamo troppo concentrati per registrare le nostre emozioni, ma quando ci ripensiamo la sensazione è di gioia e soddisfazione: ci sentiamo come se la nostra vita avesse un senso e uno scopo.

Tuttavia, sperimentare il flusso è più facile per alcune persone che per altre. Molti addirittura lo considerano uno stato d’animo impossibile da ottenere, in realtà non è poi così fuori portata (a me è capitato diverse volte) ma ci sono alcuni elementi che possono impedirne il raggiungimento.

Cosa ci impedisce di sperimentare il flusso?

Molte persone hanno barriere mentali che limitano la loro capacità di entrare nella zona, altre invece riescono a immergersi nel flusso in modo più automatico. I ricercatori hanno scoperto che alcuni dei principali limiti del flusso per gli atleti sono l’ansia sportiva, la paura di fallire, la mancanza di fiducia e il pensiero pessimistico generale.

Molti atleti, indipendentemente dal livello, provano una grande ansia per il loro sport. Alcuni si sentono ansiosi di come si comporteranno di fronte a un pubblico. Altri si preoccupano che l’infortunio rovini le loro carriere. Questa ansia rende davvero difficile per gli atleti sperimentare le dimensioni del flusso come la mancanza di coscienza di sé e la fusione di consapevolezza e azione

Gli atleti che soffrono di ansia sportiva si preoccupano costantemente delle loro prestazioni, della loro capacità di rendimento durante le competizioni, e di lesioni o malattie che potrebbero subire durante le competizioni. L’ansia sportiva è direttamente correlata all’aumento dell’autocoscienza, e quindi perturba direttamente il flusso.

Inoltre, l’ansia vissuta dagli atleti per i possibili rischi di infortunio durante la competizione è addirittura controproducente. In uno studio specifico, gli atleti che prima della competizione dichiaravano di aver timore di farsi male avevano probabilità cinque volte maggiori di subire effettivamente un infortunio nel corso della gara.

Quindi l’ansia sportiva non solo vieta agli atleti di sperimentare il flusso e quindi di esibirsi al massimo del loro potenziale, ma è anche fisicamente pericolosa.

Come può il flusso migliorare le nostre prestazioni sportive?

Negli anni sono stati condotti numerosi studi sulla trance agonistica e sul suo rapporto con le prestazioni sportive. Sono stati anche scoperti modi per allenare gli atleti a sperimentare più facilmente questa sensazione. Gli psicologi dello sport attingono alle tecniche di visualizzazione e di meditazione per aiutare gli atleti a coltivare la concentrazione e la calma che sono i prerequisiti dell’esperienza. Ma la zona è molto di più che l’obiettivo di una performance sopra le righe. Essa fornisce una chiave di lettura dell’attività atletica come percorso spirituale.

Gli studi hanno rivelato come gli atleti che, a parità di livello di partenza, realizzavano i migliori risultati riferivano di aver sperimentato varie dimensioni: equilibrio, consapevolezza, obiettivi chiaramente definiti, feedback su quanto bene si stavano comportando, impegno totale, concentrazione, senso di controllo, trasformazione del tempo, perdita di coscienza e sentimenti di divertimento e gioia.

Analizzeremo nel dettaglio questi nove elementi nella seconda parte di questo articolo.

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