Essere leader nello sport. Le 5 caratteristiche indispensabili

Un leader è migliore quando la gente sa a malapena della sua esistenza.

Lao Tzu

C’è spesso molta confusione sul concetto di leadership. Tanto per cominciare, al contrario di quanto molti pensano, il termine ‘leader’ non è un sinonimo di ‘capo’. Essere un leader non vuol dire essere quello che urla gli ordini, men che meno quello che resta seduto mentre osserva gli altri eseguire le sue istruzioni. Dove un capo dice “andate” un leader dice “andiamo”, quindi per prima cosa un leader dev’essere inclusivo e non esclusivo. Deve saper stare al suo posto, prima di dire agli altri dove andare. Deve saper ascoltare, prima di essere qualcuno che si fa seguire. Deve saper concedere i meriti agli altri, piuttosto che raccogliere per sé gli onori.

Nello sport, un leader non è necessariamente il capitano o il giocatore più forte della squadra, ma un individuo che deve possedere determinate caratteristiche, umane prima ancora che tecniche. Tra queste, ce ne sono cinque assolutamente indispensabili.

Primo: un leader deve essere coerente.

“Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo.”

Gandhi

Secondo il Mahatma Gandhi, uno dei leader politici più influenti del XX secolo, per essere leader di un cambiamento bisogna mostrare la via facendo tu stesso quello che chiedi agli altri di fare. Non possiamo (per fortuna) controllare le vite degli altri, possiamo soltanto cercare di ottenere il loro consenso e fare in modo che siano disposti a concederci la loro fiducia per seguire la direzione che indichiamo. Come? Principalmente dando l’esempio: saremo credibili se quanto diciamo lo mettiamo in pratica per primi. La coerenza è il perno su cui è fondata la speranza di essere seguiti, per cui dobbiamo essere il migliore esempio disponibile per le persone che vogliamo guidare.

Per questo motivo, un leader deve sempre essere il primo a rispettare le regole del gruppo, senza ammettere deroghe per se stesso, e trattare l’ultimo della panchina con lo stesso rispetto attribuito al più forte della squadra. La coerenza e il rigore non devono però degenerare nella testardaggine o nella rigidità. Anche chi guida un gruppo deve anche sapersi mettere in discussione, ascoltare i suggerimenti altrui e riconoscere i propri sbagli piuttosto di perseverare nell’errore. Se il gruppo fallisce, è il leader per primo ad aver fallito.

Secondo: un leader deve accettare le responsabilità

“È cosa naturale che un vero samurai si trovi sempre in prima linea durante l’attacco e nell’ultima durante la ritirata.”

Yamamoto Tsunemoto

Forse conoscete la frase “Ci sono troppi capi e non abbastanza indiani”. In realtà questo non è vero, o meglio non lo è nei fatti. Troppo spesso infatti, quelli che si autoproclamano ‘capi’ non sono disposti fino in fondo a sostenere il peso che deriva da tale ruolo.

Finché rimaniamo nell’ombra, possiamo sempre guardare quello che succede e poi dichiarare: “Se avessi tirato io il rigore, avrei sicuramente segnato.” Oppure: “Se solo l’allenatore mi avesse fatto giocare, avremmo sicuramente vinto la partita.” Andare invece dall’allenatore e chiedere di tirare il rigore decisivo significa affrontare le responsabilità che derivano da tale scelta, buttando via la possibilità di nascondersi dietro gli alibi a cui siamo sempre pronti ad aggrapparci quando falliamo. 

Per essere un leader è indispensabile rinunciare a questa protezione, così come a quella di tutte le scuse che ci vengono in mente ogni volta che le cose non vanno per il verso giusto. In particolare, quelle che scaricano sugli altri la responsabilità per le sconfitte, siano essi compagni, allenatori, dirigenti o arbitri.

Lasciare ad altri le responsabilità ha indubbiamente dei vantaggi: minore stress, minori aspettative, minori rischi. Mettersi in prima linea vuol dire invece attirarsi le attenzioni delle altre persone, alcune delle quali non vedono l’ora di vederci fallire. 

Terzo: un leader deve saper trovare il giusto equilibrio tra esigenza e affettività.

Egli tratta i soldati come fossero i suoi figli. Per questo lo seguiranno nelle vallate più profonde.

Sun Tzu

L’esigenza è rappresentata da quello che deve essere fatto, quindi l’impegno che deve essere preteso da chi ci sta intorno durante gli allenamenti e le partite. Questa esigenza va però combinata con l’affettività, ossia con la disponibilità ad aiutarsi reciprocamente e la comprensione delle esigenze degli altri, che possono fare un errore perché hanno una difficoltà tecnica o perché magari combattono con una limitazione fisica.

Se c’è troppa esigenza e poca affettività, si rischia di essere troppo duri e di creare conflitti all’interno del gruppo, finendo per essere etichettati come quelli ‘antipatici’ che vogliono solo rompere le scatole. Se invece c’è troppa affettività e poca esigenza, si rischia di diventare troppo ‘amici’ e di giustificare lo scarso impegno di un compagno per non correre il rischio di rovinare il rapporto. Trovare il punto di equilibrio tra questi due aspetti è tanto sottile quanto importante.

Se volete essere dei buoni leader dovete imparare ad ascoltare e a percepire i sentimenti e gli umori di chi vi sta intorno. Spesso siamo troppo concentrati sui nostri problemi e non dedichiamo abbastanza tempo a quelli degli altri, o non proviamo a metterci nei panni di chi abbiamo di fronte. Ricordiamoci che solo le persone che si sentono emotivamente bene riescono a dare poi il massimo sul campo.

Il vero leader è un elemento di motivazione, che controlla, chiede, pretende, ma deve anche essere il primo a rendersi disponibile per i problemi dei suoi compagni quando questi hanno bisogno di aiuto o di protezione. Questo può voler dire tante cose: addossarsi la colpa per l’errore di un compagno, dedicare del tempo ad aiutare chi è in difficoltà o rimanere in disparte quando un altro sta godendo delle luci della ribalta.

Quarto: un leader non deve fingere di essere ciò che non è.

“Un leader, innanzitutto, deve essere sé stesso.”

Julio Velasco

Julio Velasco, storico ex allenatore della Nazionale Italiana di Pallavolo, afferma che per un leader l’onestà è la caratteristica più importante di tutte. Non esiste un archetipo definito: ciascuno può essere leader in un modo diverso, l’importante è che non finga di essere quello che non è. Perché se i compagni si accorgono che sotto la superficie non c’è sostanza, ogni speranza di essere rispettati sarà persa per sempre. Un leader che si propone come tale e poi risulta non esserlo (perché lo è solo in apparenza) non funziona.

Senza onestà non ci può essere fiducia e senza fiducia nessuna squadra si farà mai guidare da voi. Un leader trasparente agisce in base ai suoi reali valori e non ha paura di riconoscere le sue paure o di ammettere i suoi errori. Se volete essere dei leader sappiate che sarete sempre sotto la lente d’ingrandimento, per cui essere percepiti come falsi o disonesti distruggerà qualsiasi speranza abbiate di farvi considerare come tali.

Quinto: un leader deve saper comunicare.

“La leadership riguarda le comunicazioni magnetiche. I leader hanno un modo di comunicare che attrae le persone verso la visione e l’orizzonte.”

Doug Firebaugh

La comunicazione è un elemento molto importante della leadership sportiva. Comprende due elementi chiave: saper parlare (in senso ampio, verbale e non verbale) alle persone e saperle ascoltare. È imperativo che un leader sia in grado di comunicare il suo punto di vista alla squadra e a ogni singolo giocatore, perché il modo in cui comunica può avere effetti sia diretti che indiretti. Una comunicazione positiva e il rispetto tra i giocatori migliorano la motivazione generale e il fatto che un compagno abbia una piena comprensione delle aspettative, della visione, della filosofia e della strategia del leader influirà sulle sue prestazioni in campo. Viceversa, una comunicazione negativa avrà effetti distorsivi sul messaggio e ridurrà l’efficacia del leader, penalizzando il clima interno della squadra.

Imparare a comunicare i propri pensieri e idee in modo chiaro ed efficace senza ferire o offendere gli altri può richiedere tempo. Bisogna partire dal porsi le domande giuste. Mi sto spiegando in modo facilmente comprensibile? Il mio compagno ha capito e accettato quello che sto dicendo? Ho prestato sufficiente attenzione al suo punto di vista? Non dimentichiamoci l’importanza dell’ascolto, perché la comunicazione deve sempre essere bi-direzionale… altrimenti è soltanto ‘informazione’.

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